Nella mia carriera di madre (non lunghissima ma 17 anni me li sono fatti tutti), mi sono resa conto che le cose, purtroppo, non vanno quasi mai come ti saresti immaginata.
Mi sono sempre ripromessa di essere una madre attenta, non apprensiva o soffocante. Una madre che lasciasse alle proprie figlie la possibilità di fare le loro esperienze.
Mi sono impegnata, soprattutto, per non far mai pesare alla grande quello che avevo passato, raccontandole le cose nel modo meno cruento possibile in modo che le potesse elaborare con il minor numero di traumi. Quindi liti, violenza verbale e fisica, ma in modo molto generico. Niente coltelli, niente martelli lanciati, niente specifiche. Ho tralasciato tantissime cose. Per lei. Ma anche per me. Così facendo dimenticare di aver subito aggressioni ancora più pesanti è stato più facile.
La verità però è che non si dimentica mai davvero qualcosa. Il tuo cervello lo mette li, in un angoletto, nascosto nel cassetto di un mobiletto che non andrai mai più ad aprire.
A volte però certe cose sei costretta a ricordarle, a riviverle, in modo da poterle elaborare.
Si perché anche se il cervello sembra non ricordare certi avvenimenti, anche se la mente non ci pensa più, se certe immagini non tornano più nemmeno nei peggiori incubi, inconsciamente tutto sta sempre lì dov’era. Così quando una persona alza la voce tu reagisci in modo aggressivo, se qualcuno ti si avvicina mentre discuti animatamente lo spingi via oppure ti allontani facendo dei passi indietro nemmeno dovessi venir pestata da un momento all’altro. I rumori ti danno fastidio, soprattutto quelli che ricordano oggetti sbattuti, rotti. Quando passa il camion che svuota le campane del vetro il respiro non esce più, incastrato nei polmoni, finché il rumore non cessa. Ogni tanto, quando torni nella vecchia casa dove sei cresciuta, la notte ti chiudi a chiave e fatichi ad addormentarti.
Eppure a quelle brutte cose, in modo cosciente, non ci hai più pensato.
Passano gli anni e certi comportamenti pare quasi che abbiano sempre fatto parte di te. Ogni tanto ti fa male l’alluce destro “Chissà dove ho sbattuto”, ma la verità è che molto probabilmente qualcuno te lo ha rotto con un calcio, e poi di nuovo lanciandotici un martello. E tu non sei andata in ospedale né la prima volta né la seconda, per questo motivo non sai con certezza se fosse rotto. Di certo quando il tuo compagno ti massaggia il piede e per sbaglio preme su quel dito o cerca di tirarlo un pochino, il dolore che ti provoca ti toglie il fiato.
In tutti quegli anni in cui hai cercato di vivere facendo finta di aver dimenticato, succede che tua figlia cresce. Sei felice delle scelte fatte per lei. Hai portato via una bambina da una situazione di violenza, di degrado, di delinquenza. Se non lo avessi fatto non sarebbe mai stata la ragazza che è adesso, quella che può permettersi di essere se stessa, nel bene e nel male. No. Se tu non l’avessi portata via, in una città piccola come quella in cui abitavi, sarebbe stata per sempre “la figlia di”, destinata ad essere riconosciuta con un nomignolo delinquenziale che a quanto pare si tramanda. Di chi sarebbe stata davvero, oltre quel cognome e quel nomignolo, non sarebbe interessato a nessuno.
Hai fatto tanti di quei sacrifici durante tutti quegli anni, ti sei annullata. Si certo, ti sei rifatta una vita, hai anche un’altra figlia e la vita scorre come mai avresti pensato avrebbe potuto, ma per quella, di figlia, ti togli l’anima. Lo fai perché in fondo continui a pensare anche tu che quello che ti è capitato è stata un po’ colpa tua. Per carità, lo sai che non è così, eppure la vocina che ripete “potevi, dovevi, sapevi” sta sempre li a roderti il cervello. Ti chiedi sempre se hai fatto le scelte migliori. Poi la guardi, e ti rispondi che sì, le hai fatte.
I figli però crescono. E quando una figlia adolescente decide che del tuo passato gliene frega cazzi, che lei vuole conoscere quella persona, quella che non c’è mai stata, quella che non ha mai avuto il coraggio di ammettere le sue colpe additandoti come quella che “gli ha portato via la figlia”, ti cade il mondo addosso. Frasi come “Se dieci persone dicono una cosa e solo tu ne dici un’altra ci sarà un motivo” come a lasciar intendere che sei stata tu a mentire, non solo ti scavano dentro lasciandoti una voragine, ma all’interno di quella voragine ci piantano pure degli spilli. Frasi come “Le persone cambiano e anche lui è cambiato, me lo hanno detto la nonna e il cugino” (complimenti, proprio persone non di parte), cominciano anche a farti venire il voltastomaco. Puro lavaggio del cervello. La curiosità da parte di un’adolescente è normale, il lavaggio del cervello fatto da adulti invece no. Ma sai di non poter fare nulla e che si dovrà accorgere da sola della verità.
E quindi decidi, perché non puoi ammalarti, perché non puoi lasciarti morire di crepacuore, che forse è il momento di dire basta. Sei sfuggita troppe volte alla morte, ti sei difesa con i denti e le unghie così tanto da perderne il conto, hai difeso tua figlia dagli attacchi d’ira di chi non voleva che fiatasse, una bambina di un anno e mezzo che non poteva giocare e che si nascondeva dietro le tue gambe. Decidi che è arrivato il momento di fare un passo indietro, perché essere madre significa amare incondizionatamente, ma non contempla il martirio eterno.
Non è colpa sua se preferisce credere a quello che fa più comodo, non è colpa sua se vuole riavvicinarsi ad un mostro che si traveste bene da agnello e non è colpa sua se lascia che altre persone che non hanno mai assistito ad alcune scene le raccontino la sua storia, quando ha documenti di tribunale, persona che hanno assistito alle aggressioni e, soprattutto, la persona che è sempre stata con lei a dirle come davvero si sono svolti i fatti. Ma non è nemmeno colpa tua.
E quindi basta.


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