Le pareti non erano solo muri, o meglio, non solo quelli. Amavo la disposizione delle stanze, il giardino che d’estate mi permetteva di prendere il sole o di godere del fresco all’ombra di un grande albero di limone. Il vero calore di questo luogo erano, soprattutto, le persone che vi abitavano. Loro ne davano significato e valore.
Nonostante la morte di papà, quella casa è rimasta per me immutata, almeno emotivamente. Lui non c’era più, ma la sua presenza era ancora lì: nelle cose che avevamo condiviso, nelle parole dette, nelle stanze vissute insieme. La sua mancanza fisica si faceva sentire, certo, ma era come se una parte di lui continuasse a permeare ogni angolo. L’abitazione dei miei genitori è sempre rimasta il mio rifugio sicuro, nonostante tutto, anche se temevo che senza di lui sarebbe cambiato tutto.
Sono stata molto fortunata a vivere la mia infanzia in un luogo che non era fatto solo di mattoni, ma di tanto amore.
Ricordo bene anche il primo appartamento in cui ho vissuto, un’abitazione, non una villetta a schiera come quella che avrebbe poi accolto la mia adolescenza. Ma anche di quegli spazi porto ricordi che sanno di buono, perché tra quelle mura c’erano sempre le stesse persone che mi facevano sentire a casa.
Poi ci sono stati gli anni del mio matrimonio. Per fortuna brevi, ma intensi, in un senso che non augurerei a nessuno.
In quegli anni, l’idea di rifugio sicuro si era sgretolata. Tutto era cambiato radicalmente.
L’abitazione in mattoni era bella, spaziosa, avrebbe potuto essere il rifugio di quella famiglia che cercavo di costruire, ma chi vi abitava non ha permesso che accadesse. Non riuscivo a chiamare casa quel posto in cui non volevo tornare, almeno quando c’era lui. Ricordo ancora il terrore di inserire la chiave nella toppa, una paura che sembra tangibile anche adesso, come un’ombra sulla pelle.
Ogni volta che uscivo dal lavoro e percorrevo il tragitto in macchina, sentivo il terrore prendere possesso del mio corpo. Nemmeno guidare, che di solito mi calma, riusciva a placare quella sensazione di pericolo. Prima di entrare immaginavo che lui fosse lì, dietro la porta, ad aspettarmi. A volte, il pensiero che potesse alzare le mani su di me era così vivido da sembrare inevitabile.
Sono stati anni orribili, pochi, ma intensi come una prigione di paura.
E in tutto quel tempo, l’abitazione dei miei genitori è rimasta il mio unico porto sicuro.
Ripensando a quegli anni, mi rendo conto che, purtroppo, non sono stata la sola a vivere questa realtà. Sono troppe le donne che provano quel terrore silenzioso, che si sentono prigioniere proprio dentro quello che dovrebbe essere il loro spazio sicuro. Per molte, casa non è sinonimo di protezione, ma un luogo di paura, di attese angoscianti e di passi ascoltati con il cuore in gola.
Mi chiedo quante altre donne, come me, abbiano provato la sensazione di mettere la chiave nella porta con il fiato sospeso, domandandosi quale versione dell’uomo che le aspetta troveranno al loro rientro.
Per chi ha vissuto la violenza tra le proprie mura, la parola casa diventa un incubo. La paura penetra ogni stanza e ogni gesto quotidiano, mentre il rifugio si trasforma in una prigione emotiva, un labirinto senza via d’uscita.
Ma un’abitazione dovrebbe essere tutt’altro. E per tutte noi che l’abbiamo persa, rimane un bisogno profondo, un desiderio di trovare finalmente quel luogo che non ci dia paura, ma sicurezza.
Quando finalmente sono tornata dai miei, ho provato un profondo sollievo, un respiro che cercavo da tempo. Ma non era più il rifugio sicuro che ricordavo. Le minacce di Giuseppe continuavano a incombere, come ombre che si allungavano su ogni stanza. Anche tra quelle mura, che un tempo mi davano serenità, non riuscivo a sentirmi completamente al sicuro. Era come se lui fosse riuscito a insinuarsi anche lì, intaccando il mio porto sicuro, contaminandolo con la paura.
Di notte, dormivo chiusa a chiave nella mia camera, come se quella porta potesse realmente proteggermi da un pericolo sempre presente. La paura che lui potesse entrare in casa e farci del male era costante, un pensiero che non mi abbandonava mai. Il riposo era diventato un miraggio, e con esso anche quella sensazione di sicurezza che una volta mi avvolgeva.
Alla fine ho capito che non potevo più restare lì. Sono andata via, cambiando città, cambiando regione.
Quella nuova sistemazione ululava di possibilità. Non era casa, o almeno io non la sentivo tale, ma tra quelle mura ho riacquistato un po’ della mia sicurezza. Ero sola, con mia madre che veniva ogni tanto a trovarmi; a volte c’era Maria con me, altre preferiva scendere a trovare la nonna. Ma quel luogo rimaneva comunque più sicuro di qualsiasi altro, anche nei lunghi periodi di solitudine.
Dopo otto mesi, la mia città è cambiata di nuovo, ma questa volta sentivo che quello spostamento era giusto. Non stavo scappando e non c’era più nessuno che incombeva su di me, con la minaccia costante di farmi del male. Anche la nuova città profumava di opportunità, e in più avevo finalmente trovato quell’amore che avevo cercato per tanto tempo.
Ho passato anni molto belli anche nella nuova sistemazione, insieme a Maria, a Francesco e poi con l’arrivo di Ilaria. Ancora oggi questo luogo è il mio porto sicuro.
Per più di sedici anni non mi sono mai allontanata. Dormire lontano da Francesco mi pesava; è lui il mio punto di riferimento, e lo è ancora adesso. Col tempo, però, allontanarmi per brevi periodi è diventato più semplice. Quando scendo giù da sola, il che capita davvero raramente, mi sento divisa tra il desiderio di rimanere e quello di tornare da lui. Forse il punto è che sento che la mia vera casa è dove c’è lui, e la cosa non è necessariamente legata a un edificio, ma alla persona.
Eppure, considero ancora la casa in cui sono cresciuta come il mio rifugio sicuro, l’unico posto in cui, sola o in compagnia, riesco a sentirmi davvero protetta. Sì, perché, una volta risolta la situazione legale con il mio ex marito, quella casa è tornata a essere quel luogo di pace e serenità che è sempre stata.
Quando mia sorella è morta, ho temuto che la casa avrebbe finito per portare un carico di ricordi troppo pesante. Ma non è stato così. È rimasta il luogo in cui ho vissuto felice. Mio padre e mia sorella sono presenti in ogni stanza, e a me piace così.
In conclusione per me la casa è quel luogo che ci accompagna nei momenti di cambiamento, trasformandosi con noi e raccogliendo pezzi di vita che diventano memoria. È una somma di emozioni, di affetti, di dettagli che raccontano una storia, la nostra storia. E anche se le pareti cambiano, anche se gli oggetti si spostano e i volti che amiamo non sono sempre presenti, resta il profumo di quei ricordi, che, come un soffio caldo, ci ricordano chi siamo. Forse la casa non è altro che questo: un rifugio dentro di noi, fatto di tutto ciò che ci fa sentire al sicuro. E, alla fine, è proprio lì che torniamo ogni volta, che ci sia o meno un tetto sopra la testa.
Mi piacerebbe sapere cosa significa casa per voi.
Vi siete mai trovati a sentire che la vostra casa, nel tempo, ha cambiato significato? Quali momenti o persone hanno trasformato un semplice luogo in un rifugio per voi? O forse avete vissuto esperienze che vi hanno portato a cercare una nuova idea di casa, come è successo a me?
Raccontatemi nei commenti: cos’è la casa per voi?

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