Dove eravamo rimasti

“Un ritorno a casa, tra scatoloni, ricordi e una nuova consapevolezza.”

Ed eccomi qui, di nuovo, dopo mesi.
Quando mi riprometto di ricominciare a scrivere in modo più continuativo, succede sempre che si accumulano una miriade di casini che mi portano, sempre, a non fare le cose che mi ero preposta.
E vabbè.

Dove eravamo rimasti.

Ah, giusto: ho pubblicato il mio primo libro, una storia che mi ha commossa, una storia che ha la mia vita dentro, parola dopo parola, anche se in un modo tutto suo.
Ci sono pezzi dove ho pianto, mentre le parole passavano dalle dita allo schermo.
È piaciuto? Si, per fortuna, ma non era quello il mio intento.
Ho capito, infatti, che quando una persona pubblica un libro, non lo fa per gli altri, lo fa per se stesso. Se piace anche agli altri va bene, ma la verità è che si butta sulle pagine quello che si ha dentro, quello che potrebbe farti scoppiare se continui a tenerlo nel cuore.
E, infatti, dopo averlo finalmente esternato, pubblicato e dato in pasto all’universo, sono stata meglio.

Poi è arrivato presto luglio e, con lui, la partenza da Roma verso Cagliari.
Sono tornata a casa.
A casa mia.

E lo so che che ci sono persone che starebbero a puntualizzare che non è casa mia ma è casa di mia madre, ma non cambia nulla.
È l’unica casa che sento dentro, che ho sempre sentito intimamente mia.
In questi anni ho capito che, anche se sono stata a Roma per tanti anni, il fatto di non essermi mai abituata a stare lì mi ha penalizzata, togliendomi serenità e voglia di vivere.
E non è poco, quando ti rendi conto che non ti senti nel posto giusto.

Intanto a Monserrato mi sono ripresa, in fretta, direi, anche se sono distrutta, perché c’è una marea di roba da fare.
Solo svuotare 3 camere, e ancora nemmeno del tutto, mi ha preso 2 mesi.
Questo solo per dare un’idea di quanta cosa contenessero al loro interno.

Casa di mia madre è un via vai di persone alle quali sto regalando di tutto tramite Facebook. Non so se serva a loro, se si vogliano vendere quello che gli regalo ma, sono onesta, non mi interessa, per me l’importante è liberare da tutto quello che non serve più, che non risuona più come prima.

Insomma, tra vari sali e scendi da Cagliari a Roma e da Roma a Cagliari, siamo al 30 Ottobre e ho: casa mezzo sistemata, dopo l’arrivo di duecentoventiquattromila scatola piene di ogni cosa da Roma, che ho aperto, smistato e sistemato, e ancora ne devono arrivare altre ventimilacinquecentotrentaquattro, già pronte su a Roma e che aspettano solo che il corriere se le vada a prendere.
Casa ancora non è sgombera come dovrebbe e non so dove mettere molte delle cose che mi sono spedita qui, ma mi sono resa conto che sono brava ad inventarmi spazi, un po’ come sono brava ad inventarmi metodi di sopravvivenza.

Intanto Halloween è sempre più vicina. Casa è addobbata come ogni anno, solo che questa volta è a Monserrato che aspetterò i bambini che fanno “Dolcetto o Scherzetto”.

La novità è che io quest’anno non ho voglia di portare la solita maschera, quella che metto sempre quando devo nascondere la paura del dover ricominciare.

Passo la maggior parte dell’anno, a dire il vero la maggior parte della mia vita, ad indossare una maschera che nasconda le mie fragilità, la paura di non farcela, di non riuscire. Mi metto addosso quell’aria da “sono sicura di me”, quella che fa pensare agli altri che non ho paura di niente. Ma la verità è che mi cago sotto, come chiunque.

Sono così abituata a muovermi, in qualche modo, che l’inattività mi snerva. Per questo quando credo che sia arrivato il momento di fare qualcosa io, semplicemente, lo faccio. Ma questo non significa che io non abbia paura. Ne sono terrorizzata, a dire il vero, solo che sento che stare ferma mi farebbe stare male il triplo.

Questo mio modo di agire ha sempre fatto pensare a chi mi sta vicino che io sia incrollabile. Ma incrollabile un cazzo, oserei dire. Ci sono notti che non riesco a respirare, tanto è l’ansia che mi attanaglia al petto.
Perché ansia?
Ovvio, io sono quella che si muove, che decide, che fa e disfa… ma se la cosa va male, la colpa su chi ricade?
Su di me, naturalmente. Ecco perché molte persone non si muovono mai, non fanno, aspettano che la vita gli passi addosso e come va, va. Perché è più comodo.
Io, in un certo senso, sono coraggiosa.
Ho una dose fortissima di determinazione, testardaggine e cazzimma, che le cose le faccio anche se gli altri mi dicono di non farlo, e me ne prendo tutta la responsabilità, ovviamente.
E se va male? Pazienza. Sono caduta mille volte, e mi sono sempre rialzata.
Una volta in più non mi ucciderà.

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