Oggi mia sorella è andata a portare mio nipote (il figlio
) ad una mostra di Van Gogh che si tiene dentro la vecchia Manifattura Tabacchi di Cagliari.
Mi ha mandato delle foto degli esterni e sono subito stata presa da una botta di nostalgia, di profumi lontani, di risate di bambina, di custodi gentili, di gerani nelle finestre e di gatti, che non si facevano toccare nemmeno a pregarli in aramaico.
E di mio padre. 
Mio padre ha lavorato lì per anni e anni, finché non ha chiuso, e non ha mai digerito la cosa quando è stato spostato al Demanio, lui amava lavorare in Manifattura. Lo amava perché non faceva le sigarette lui, lo amava perché seguiva i lavori, perché era sempre a contatto con le ditte che vincevano gli appalti, perché faceva trasferte, perché si occupava della sicurezza nei cantieri, perché in qualche modo faceva quello per cui aveva studiato.
Lavorare lì lo portava spesso a Roma, che amava, per dei corsi di aggiornamento. Chissà come sarebbe stato felice di venirmi a trovare adesso che ci vivo. Quando non si faceva raggiungere da mia madre, amava fare lunghe passeggiate da solo, e si fermava a guardare la Fontana di Trevi. E poi andava a mangiare nelle trattorie, perché gli piacevano i piatti tipici romani, ma solo a Roma.
Mi ricordo che alla Manifattura si entrava a piedi da un cancello per i pedoni. Con la macchina lo potevano fare solo i dipendenti, e avevano un altro cancello elettrico proprio accanto all’ingresso pedonale.
Erano pochi metri in avanti a piedi e poi si girava a sinistra.
Lì ci si trovava di fronte ad un altro grande cancello dal quale uscivano i camion, ma nei muri perpendicolari a quel grosso portone in ferro, a sinistra c’era la casa del custode, a destra c’era una porticina che era l’ingresso e l’uscita dei lavoratori.
Da piccolissima ci sono sempre andata, con mia madre prima e con mia madre e mia sorella poi, a “prendere” mio padre. Che poi era lui che ci prendeva, mettiamo in chiaro questa cosa. Uscivamo da quel grande cancello elettrico con la 127 bianca di papà, quella macchina che desideravo tenere una volta presa la patente ma che i miei genitori rottamarono ![]()
Mamma ci portava ai Giardini Pubblici di Largo Dessì, a volte con le biciclette, a volte, quando c’ero solo io, mi ci portava con il motorino elettrico (che vi credete, io ero avantissima), e ce la facevamo a piedi (lei a piedi io comoda sul motorino), da Monserrato. Una scarpinata che voi non avete minimamente idea, fatta di belle salite.
In quei Giardini ho imparato ad utilizzare i pattini, ho imparato ad andare in bici, prima con le rotelline, poi senza, che papà aveva fatto finta di tenermi e poi mi aveva mollato ed io ero andata dritta e fiera, almeno finché non mi ero girata perché sentivo la sua voce lontana, allora mi ero spaventata ed ero caduta.
Io e mia sorella abbiamo mille foto sulle statue con e senza testa di quei Giardini, duemila foto nelle panchine, tremila sugli alberi. Si godeva una vista spettacolare, e mio padre ci portava lì anche la domenica nelle belle giornate, ci lasciava correre e camminava preso per mano con mia mamma. Si sono sempre amati, fino all’ultimo.
Quando ai Giardini andavamo solo con mia madre, durante la settimana, ad una certa ora scendevamo verso la Manifattura, facendo a piedi tutta Viale Regina Margherita (in discesa) e guardando le vetrine, magari facendo orario nel negozio di animali che c’era lì vicino, dove ho visto per la prima volta un piranha. Ho toccato di tutto li dentro. Lo adoravo.
Oppure facevamo merenda nella pasticceria che c’era proprio accanto al negozio di animali, che aveva delle pesche farcite con la crema, talmente buone, che ancora ne sento il gusto in bocca.
La foto sotto è la stanza dalla quale mio padre passava per timbrare il cartellino, si vede ancora il macchinario infernale con sopra il semaforo. Quando i dipendenti timbravano per uscire (ting!) quel semaforo si illuminava di verde, e loro potevano andare, oppure di rosso, e allora erano costretti a subire dei controlli a sorpresa. Perché? Perché si rubavano le sigarette per rivendersele e le quelle, all’epoca, appartenevano allo Stato (non so se anche adesso gli appartengano).

Ogni dipendente aveva diritto a una o due stecche di cicche, non mi ricordo bene, al mese. Mio padre ha smesso di fumare dopo la nascita di mia sorella quindi le sigarette le dava a mia madre. Non ho memoria di mio padre con addosso l’odore del fumo, lo ricordo sempre profumato. E anche quel profumo mi sembra di sentirlo in questo momento.
Quando scattava l’ora di uscita mi ricordo che si sentiva una sirena, classico delle fabbriche. Allora io e mia sorella ci mettevamo con il naso contro una porta in vetro dalla quale potevamo vedere le persone che si incamminavano verso la stanza con il semaforo, che poi era collegata alla sala d’attesa. Lì c’era una specie di guardia che ci impediva di entrare nella sala interna, altrimenti noi bambine avremmo fatto invasione di campo.
Appena scorgevamo mio padre correvamo di fronte alla stanza del semaforo e aspettavamo che lui timbrasse il suo cartellino. Non è mai scattato il rosso anche se a me e mia sorella la cosa avrebbe davvero tanto divertito. Poi doveva fare un percorso delimitato da transenne in metallo e alla fine sbucava nella sala d’attesa dove noi gli correvamo incontro. Ci prendeva sempre in braccio.
In quella Manifattura ci conoscevano tutti. All’uscita salutavano me e mia sorella, qualcuno ci regalava addirittura dei dolci, e tutti dicevano a mia madre un ossequioso “Buonasera Sig.ra Spano”.
Eravamo le uniche ad “andare a prendere” il proprio papà, non c’era mai nessun’altra moglie, non c’erano mai altri figli.
Eravamo una famiglia speciale, molto unita. Eravamo una famiglia molto felice.
Dopo i baci e i saluti mio padre andava a prendere la macchina dal parcheggio interno e ci prelevava dal piazzale. Tantissime volte, di ritorno, ci fermavamo da Alessio, un pizzaiolo di Monserrato che faceva le pizze buonissime, e le portavamo a casa, oppure ci fermavamo lì a mangiare, dipendeva da quanto mi padre si sentiva stanco.
Quando tornavamo a casa, dopo avere mangiato, era oramai ora di andare a letto. Mio padre e mia madre non ci hanno mai fatto mancare il bacio della buonanotte, mai. Siamo cresciute con i loro baci quando le nostre teste erano già nei cuscini e gli occhi già un po’ chiusi per il sonno, ed era un dolce addormentarsi.
Quando questa mattina ho visto quelle foto mi sono ricordata, di colpo, che mio padre non c’è più. Eppure, per un attimo, in quella foto mi è sembrato di vederlo fare capolino per timbrare il cartellino, e ho visto due bambine con un cappottino blu e due fazzoletti buffi in testa, corrergli incontro per essere prese in braccio.
Mi mancherai per sempre papà.
Oggi doppia dose di Xanax.


Anch’io ho condiviso un caro ricordo d’infanzia in questo post: https://wwayne.wordpress.com/2020/12/05/un-sogno-che-si-avvera/. Che ne pensi?
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Ho letto e ti ho anche lasciato un commento, ma preparati, è il mio classico intervento prolisso e infinito 🙂
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Adoro i commenti di questo tipo (sono molto più ricchi e stimolanti di un commento da 2 righe e via), quindi corro a leggerlo e a risponderti! 🙂
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